Diocesi di Vicenza
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Lunedì 12 Febbraio 2018
Il discernimento comunitario   versione testuale
L'intervento di don Repole alla Scuola del Lunedì verrà trasmesso su Radio OREB venerdì 16 febbraio alle 11 e alle 22 e sabato alle 10






 
La registrazione dell'intervento di don Roberto Repele  andrà in onda su Radio Oreb  (FM 90.2 e streaming web):

- venerdì 16 febbraio 2018 alle 11.00 e di nuovo alle ore 22.00

- sabato 17 febbraio 2018 alle ore 10.

 

IL DISCERNIMENTO COMUNITARIO

 

Don Roberto Repole,

docente di teologia alla sezione di Torino

della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale

 

Vicenza, Centro “Mons. Arnoldo Onisto”, 12 febbraio 2018

 

Don Roberto ha iniziato il suo intervento dicendo che il termine discernimento è oggi una parola importante grazie al Papa, gesuita, ma ancor di più a S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù.

Parlando di discernimento è facile, quasi spontaneo, riferirsi alla persona, soggetto chiamato a conoscere e comprendere la volontà di Dio su di lui, qui ed ora. Anche l’esortazione apostolica “Amoris laetitia” al n. 300 parla di discernimento personale e pastorale, non comunitario. Per trovare un documento magisteriale che si interessi al tema, è necessario risalire al 1996, anno in cui la CEI pubblicò “Con il dono della carità dentro la storia”, frutto del Convegno ecclesiale di Palermo del 1995. Al n. 21 è citato il discernimento comunitario, mettendone in luce le caratteristiche: docilità allo Spirito e umile ricerca della volontà di Dio; ascolto fedele della Parola; interpretazione dei segni dei tempi alla luce del Vangelo; valorizzazione dei carismi nel dialogo fraterno; creatività spirituale, missionaria, culturale e sociale; obbedienza ai pastori, cui spetta disciplinare la ricerca e dare l’approvazione definitiva.

Il relatore ha preso in considerazione tre passi biblici per evidenziare il fondamento scritturistico del discernimento. Si tratta di tre testi degli Atti degli apostoli, e precisamente 1, 15-26 (la sostituzione di Giuda); 6, 1-7 (l’istituzione dei sette); 15 (il cosiddetto Concilio di Gerusalemme). Ad essi ha aggiunto una citazione paolina, tratta dalla Lettera ai Romani (12, 2). Dalle pagine citate emerge come la volontà di Dio è semplice e complessa nel contempo ed è identificabile con il Regno di Dio. Discernere questa volontà implica un coinvolgimento della comunità tutta, intesa come soggetto collettivo, dove i singoli sono importanti perché parte della comunità. Citando il teologo ortodosso Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo, don Roberto ha sottolineato come la Chiesa è Chiesa di Dio chiamata a fare la volontà di Dio, che si concretizza nell’invio del Figlio. In Gesù il Vescovo ortodosso vede cristologia e pneumatologia insieme, mettendo così in luce non l’identità di un individuo, ma di un essere in relazione. A tal riguardo, torna utile ed illuminante l’immagine paolina del corpo e della testa contenuta nella I Lettera ai Corinzi (12). Accanto a Zizioulas, il relatore ha citato anche un teologo cattolico tedesco, Heribert Mühlen, autore del libro “Una mystica persona”.

La comunità cristiana deve essere sempre in discernimento per rimanere nell’unità di Cristo. Nel mutare dei tempi, delle epoche e delle culture la comunità è chiamata a rimanere nell’unità del Signore, secondo la logica presentata da Zizioulas e che trova riscontro nell’evangelista Giovanni, laddove afferma che lo Spirito guiderà alla verità tutta intera (16, 13). Cristo è la verità che coinvolge tutti coloro che sono in lui, in una tensione escatologica. Da ciò consegue che è necessario interrogarsi su come essere segno dei tempi dentro la storia, dentro quindi un cambiamento costante di epoche e di culture. Come leggere i segni dei tempi, affinché il popolo di Dio rimanga in Cristo? La risposta viene offerta dal Concilio Vaticano II (G.S. n. 11).

La comunità è chiamata a riconoscere l’azione dello Spirito nella Chiesa e nel mondo. Come è possibile questo? Don Roberto ha risposto citando 1 Cor 12, 1 Gv e L.G. 12.

Lo Spirito agisce dentro la persona (carisma = ciò che uno è) per il servizio degli altri e la gloria di Dio. Tale affermazione permette di capire l’importanza del discernimento, a partire dai doni, dai carismi presenti nella comunità, elementi essenziali per comprendere dove lo Spirito guida la comunità stessa e che esso agisce nei cristiani e tra i cristiani (cfr. L.G. n. 4)

Circa il cammino sinodale ed il discernimento comunitario don Roberto ha sottolineato che non si tratta di ragionare in termini di maggioranza e minoranza e nemmeno di rappresentanza di categorie, bensì di discernimento dello Spirito dentro la comunità, perché discernere significa ripresentare Cristo alla Chiesa nello Spirito (cfr. S.C. n. 7). Un aiuto, in tal senso, viene dal commento di Giuseppe Ruggieri, teologo, a Mt 18,20, il quale parla della effettiva presenza del Signore nella comunità come di un accordo, una sinfonia. E’, dunque, possibile intendere il discernimento come una sinfonia, che si sviluppa in un contesto liturgico e facendo delle scelte recepibili anche da altre comunità.

Il relatore ha successivamente presentato i processi del discernimento comunitario, riconducibili ai seguenti: porsi una domanda chiara, ascoltare lo Spirito e la storia, valutare le opzioni, arrivare ad una decisione la più corale possibile, coinvolgere tutti. Trattando, poi, dei luoghi del discernimento, don Roberto si è soffermato su alcuni di essi: il consiglio pastorale parrocchiale è da intendere in senso oggettivo (= esistenza di una comunità dentro la storia) e soggettivo (= rappresentatività della comunità intesa come raduno ed estroversione); il consiglio presbiterale, che attiene al ministero ordinato dove emerge la presidenza del vescovo; il consiglio pastorale diocesano ed il sinodo, luoghi dove è presente l’intera comunità e per questo è necessaria una recezione chiara e precisa del lavoro di discernimento, mancando la quale bisogna constatare che non c’è stato vero discernimento; la conferenza episcopale, luogo della collegialità effettiva ed affettiva tra i pastori.

L’ultimo punto sviluppato dal relatore ha riguardato le fragilità con le quali bisogna fare i conti nel contesto del discernimento. Innanzitutto, la fede dei cristiani, che porta a prendere atto che nessuno è giudice della fede altrui, ma anche che non tutti coloro che si dicono cristiani, lo sono realmente. C’è poi la fede dei pastori, che non è scontata, visto che può essere formale e non sostanziale, e che vive di dinamica strutturale, per cui o cresce o decresce. Una terza fragilità è identificabile nella determinazione dei carismi da coinvolgere nel discernimento, perché, se è chiaro chi presiede una comunità, non lo è altrettanto la valorizzazione dei carismi presenti, che non può essere valutata dalla sola legge universale della Chiesa (Diritto canonico), ma anche dagli strumenti che regolano gli organismi locali. Una quarta fragilità riguarda la responsabilità nella decisione assunta, per cui è necessario, nella Chiesa, imparare a non parlare a vanvera, ma a pensare attentamente a ciò che si dice. Infine, una quinta fragilità interessa la passione con la quale la comunità vive la relazione con Cristo. Se detta passione manca, il discernimento è inutile.

 

 

Massimo Pozzer

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