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Corresponsabilità e/o sinodalità?   versione testuale
Dei termini da "rigorizzare" per non essere fraintesi





 

In ambito ecclesiale il temine ‘corresponsabilità’ incontra oggigiorno un indiscusso favore, attestato peraltro da un impiego ampio, generico e talora inflazionato. Viene riportato fra virgolette, poiché l’ipotesi è che sia un termine quanto meno da rigorizzare, se non proprio da abbandonare a favore dell’altro termine. Ciò che esso intende riferire, pare infatti meglio espresso attraverso il concetto di sinodalità.

In ciò che segue, desidero anzitutto mostrare perché l’idea di ‘corresponsabilità’, a dispetto delle intenzioni, si presta ad essere fraintesa. E poi ragionare sul concetto di sinodalità a partire dal discorso commemorativo, tenuto da papa Francesco in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi.

 

I. IL CONCETTO DI ‘CORRESPONSABILITÀ’

È divenuto d’ampio uso corrente, malgrado non sia un termine conciliare. Dalla sua vi sono certamente ragioni, che ne spiegano il successo crescente, ma non mancano anche alcune perplessità, che meritano d’essere indagate.

1. AMPIO USO CORRENTE

L’ampio uso è avvalorato tra l’altro dall’impiego del concetto nel linguaggio ecclesiale ufficiale e magisteriale. Basti considerare le encicliche Redemptor hominis (04.03.1979) e Centesimus annus (01.05.1991) di Giovanni Paolo II. La prima parla di ‘corresponsabilità’ per riferimento primariamente ai sacerdoti e derivatamente ai laici. Di questi in particolare si dice che, consapevoli della loro responsabilità dinanzi alla Chiesa, si impegnano nella collaborazione con i Pastori [1]. La seconda ne riferisce invece in relazione alla comune responsabilità verso l’umana famiglia [2].

Ma ‘corresponsabilità’ è soprattutto divenuto tema dell’episcopato francese, radunato a Lourdes nel 1973. Il titolo dell’assise era significativo: «Tutti responsabili nella Chiesa? Il ministero presbiterale in una Chiesa tutt’intera ministeriale». Sulla base di quella che viene riconosciuta essere l’intuizione fondamentale del Vat II [3], viene prospettata una figura di chiesa, il cui fondamento è la responsabilità comune, ancorché differenziata, di tutti cristiani, e non già di una parte di essi. Nel medesimo testo compare una formula meritevole di considerazione:

Nella Chiesa popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, tutti fanno tutto, ma non allo stesso modo né allo stesso titolo. I semplici fedeli operano in forza del loro battesimo e dei doni di natura e di grazia messi a servizio della comunità (carismi). I ministri consacrati mettono in opera quegli stessi doni ma, in senso specifico, agiscono anche in forza della loro ordinazione sacramentale. (Conferenza Episcopale Francese 1975, p. 39)

In anni più recenti, ‘corresponsabilità’ è divenuto monito al convegno ecclesiale di Verona (2006), che ha insistito sul passaggio dalla collaborazione alla ‘corresponsabilità’ [4].

A rilanciare recentemente con forza la nozione di ‘corresponsabilità’ ha concorso senza dubbio anche papa Francesco. Nel discorso alla 66. Assemblea CEI (19.05.2014) ha detto:

Amate con generosa e totale dedizione le persone e le comunità: sono le vostre membra! Ascoltate il gregge. Affidatevi al suo senso di fede e di Chiesa, che si manifesta anche in tante forme di pietà popolare. Abbiate fiducia che il popolo santo di Dio ha il polso per individuare le strade giuste. Accompagnate con larghezza la crescita di una corresponsabilità laicale; riconoscete spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani: con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi ancora su una pastorale di conservazione – di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente – per assumere, invece, una pastorale che faccia perno sull’essenziale. (Francesco 2014)

E in occasione del viaggio apostolico negli Usa, durante la s. Messa con vescovi, sacerdoti e religiosi della Pennsylvania (26.09.2015), prendendo spunto dalla storia di santa Caterina Drexel, ha nuovamente richiamato l’esigenza di una partecipazione molto più attiva dei laici:

Sappiamo che il futuro della Chiesa, in una società che cambia rapidamente, esige già fin d’ora una partecipazione dei laici molto più attiva. La Chiesa degli Stati Uniti ha posto sempre un grande impegno nella catechesi e nell’educazione. La nostra sfida oggi è costruire su quelle basi solide e far crescere un senso di collaborazione e responsabilità condivisa nella programmazione del futuro delle nostre parrocchie e istituzioni. Questo non significa rinunciare all’autorità spirituale che ci è stata conferita; piuttosto, significa discernere e valorizzare sapientemente i molteplici doni che lo Spirito effonde sulla Chiesa. In modo particolare, significa stimare l’immenso contributo che le donne, laiche e religiose, hanno dato e continuano a dare nella vita delle nostre comunità. (Francesco 2015a)

2. NON È TERMINE CONCILIARE

Eppure quello di ‘corresponsabilità’ non è un termine conciliare, nel senso che non compare affatto nei testi del Vat II [5]. In verità c’è almeno un passo, che in parte si avvicina al concetto in questione:

D’altra parte i sacri pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli incarichi per il servizio della chiesa e lascino loro libertà e campo di agire, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. (…) (LG 37) (Concilio Ecumenico Vaticano II 1964, n. 384)

Il discorso non verte propriamente sulla ‘corresponsabilità’, ma sui rapporti familiari tra laici e pastori, che mirano a favorire presso i laici una presa di coscienza della propria responsabilità. Tali rapporti possono tuttavia anche aprire alla possibilità per i laici di venire associati all’opera dei pastori, dove però tale venire-associati significa concretamente che i pastori, pur potendo far conto sull’aiuto di laici [6], rimangono responsabili della propria opera.

La successiva codificazione si è impegnata nella traduzione operativa di tali asserti. In particolare il CJC prevede la possibilità non solo di alcune ‘supplenze’ laicali [7] in caso di necessità, ma anche che i laici vengano assunti in uffici ecclesiastici [8]. L’importante è che venga tenuta ferma la differenza tra laici e ministri ordinati, come puntualizza Giovanni Paolo II nella Christifideles laici (30.12.1988) [9].

Nella Istruzione «Ecclesiae de mysterio» su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti (15.08.1997), si leggono ulteriori precisazioni. Anzitutto circa il senso del collaborare, che è cosa ben diversa dal sostituire:

Proprio perché si tratta di compiti più intimamente collegati con i doveri dei pastori – che per essere tali devono essere insigniti del sacramento dell’Ordine – si richiede, da parte di tutti coloro che in qualche modo vi sono coinvolti, una particolare diligenza perché siano ben salvaguardate, sia la natura e la missione del sacro ministero, sia la vocazione e l’indole secolare dei fedeli laici. Collaborare non significa infatti sostituire. (Chiesa Cattolica 1997)

E poi circa i limiti della cooperazione, possibile solo per alcune funzioni dei ministri sacri e in certa misura:

Se, dunque, l’esercizio da parte del ministro ordinato del munus docendi, sanctificandi et regendi costituisce la sostanza del ministero pastorale, le diverse funzioni dei ministri sacri, formando una indivisibile unità, non possono essere capite separatamente le une dalle altre, anzi devono essere considerate nella loro mutua corrispondenza e complementarietà. Solo per alcune di esse, e in certa misura, possono cooperare con i pastori altri fedeli non ordinati, se sono chiamati a svolgere detta collaborazione dalla legittima Autorità e nei debiti modi. (Chiesa Cattolica 1997)

3. RAGIONI DEL CRESCENTE SUCCESSO

Il crescente successo postconciliare del termine ‘corresponsabilità’ è in primo luogo connesso al fatto che per suo tramite viene attuato un passaggio qualitativamente rilevante: quello dal partecipare/collaborare all’essere-corresponsabile [10].

Intuitivamente il passaggio dal partecipare all’essere-responsabilmente-implicato è notevole. Mentre partecipare sottolinea genericamente il fatto di essere coinvolto in un progetto già elaborato (si viene messi a parte di qualcosa), e collaborare il fatto di prestarsi operativamente per tale progetto, essere-corresponsabili vuol dire non solo che il progetto viene elaborato e deciso insieme, ma che esso viene portato avanti autonomamente, condividendo tuttavia un orizzonte di fondo e rendendo conto del proprio operato.

In maniera più precisa, la differenza può essere fissata nei seguenti termini, dove appare che la ‘corresponsabilità’ scaturisce dalla comune identità battesimale:

Più precisamente, tale intelligenza distingue innanzitutto la corresponsabilità dalla collaborazione. Mentre la prima – in quanto si dà in forza del battesimo, fonda la soggettività ecclesiale del laico ed è risposta alla vocazione battesimale – non consiste nell’incarico di qualcosa da qualcuno dall’esterno, la seconda consiste nell’assunzione di un servizio ecclesiale specifico. Ciò avviene per due vie: quella che possiamo chiamare collaborazione, incardinata nella soggettività laicale (e non nell’attribuzione di un incarico che spetta al pastore) la quale assume un incarico di per sé presente nella comunità (per es. la catechesi) ed è a servizio della comunità; e quella che possiamo chiamare cooperazione. Quest’ultima si dà sia quando un laico assume un compito di aiuto all’esercizio del ministero del pastore (ricevendo esplicito mandato da lui per es. la distribuzione straordinaria dell’Eucaristia), sia quando coopera – in via eccezionale e in sé non auspicabile – all’esercizio del ministero pastorale, assumendo funzioni delegate di guida della comunità in forma suppletiva. (Asolan 2005, p. 434)

In secondo luogo il termine ‘corresponsabilità’ dà incontestabilmente buona prova di sé, per il fatto che sembra particolarmente idoneo a raccogliere la sensibilità corrente in ordine alla partecipazione. Soddisfa infatti il desiderio di essere coinvolti in processi non solo operativi o esecutivi, ma elaborativi e decisionali. La qual cosa si lascia leggere quale caratteristico “segno del tempo” [11]..

 

 


[1] Giovanni Paolo II 1979, § 5.

[2] Giovanni Paolo II 1991, § 51.

[3] «Nella congiuntura attuale, la fedeltà all’intuizione fondamentale del concilio sembra imporre che si passi da una Chiesa fondata in modo massiccio sul clero a una Chiesa che si fondi invece sulla responsabilità comune dei cristiani, secondo la diversità dei loro ministeri» (Conferenza Episcopale Francese 1975, p. 42).

[4] Campanini 2007, p. 29.

[5] «I testi definitivi dei documenti del concilio Vaticano II non usano mai il termine corresponsabilità, che appare, con successo crescente, nella letteratura postconciliare, per esplicitare una delle idee chiave dell’impianto ecclesiologico del concilio stesso» (Rivella 2000, p. 11).

[6] Si esprimerà in tal senso Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi: «Così acquista tutta la sua importanza la presenza attiva dei laici nelle realtà temporali. Non bisogna tuttavia trascurare o dimenticare l’altra dimensione: i laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro Pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare.

Non senza provare nel nostro intimo una grande gioia osserviamo una legione di Pastori, di religiosi e di laici i quali, appassionati della loro missione evangelizzatrice, cercano modi sempre più adatti di annunziare efficacemente il Vangelo. Noi incoraggiamo l’apertura che, in questa linea e con questa sollecitudine, la Chiesa sta oggi realizzando. Innanzitutto apertura alla riflessione, poi a ministeri ecclesiastici capaci di ringiovanire e di rafforzare il suo dinamismo evangelizzatore.

Certamente, accanto ai ministeri ordinati, grazie ai quali alcuni sono annoverati tra i Pastori e si consacrano in maniera particolare al servizio della comunità, la Chiesa riconosce il ruolo di ministeri non ordinati ma adatti ad assicurare speciali servizi della Chiesa stessa. (EN 73)» (Paolo VI 1975, n. 1691–1693).

[7] «§ 3. Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto» (Chiesa Cattolica 1983, § 230).

[8] «§ 1. I laici che risultano idonei, sono giuridicamente abili ad essere assunti dai sacri Pastori in quegli uffici ecclesiastici e in quegli incarichi che sono in grado di esercitare secondo le disposizioni del diritto» (Chiesa Cattolica 1983, § 228). Cfr. anche i cann. 943 e 1112. Ciò è da leggere quale messa in opera di indicazioni conciliari: «Oltre a questo apostolato, che spetta assolutamente a tutti i fedeli, i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l'apostolato della gerarchia, alla maniera di quegli uomini e di quelle donne che aiutavano l'apostolo Paolo nel vangelo, faticando molto per il Signore (cf. Fil. 4,3; Rom. 16,3 ss). Hanno inoltre l'attitudine a essere assunti dalla gerarchia per esercitare, per un fine spirituale, alcune funzioni ecclesiastiche» (LG 33).

[9] Giovanni Paolo II 1988, § 23.

[10] La cosa è segnalata con chiarezza nel testo conclusivo del Convegno ecclesiale diocesano di Vicenza (1998-1999), precisamente laddove si formulano le scelte vincolanti in ordine alla costruzione di comunità accoglienti ed evangelizzatrici: «Risuona qui un forte invito al passaggio dalla collaborazione alla corresponsabilità sia nel campo dell’evangelizzazione negli ambienti di vita sia nella costruzione della comunità. Le forme di ministerialità che andranno sviluppate devono mirare all’obiettivo di affidare ai laici responsabilità in prima persona. I laici condividendo con i presbiteri gli sforzi per evangelizzare e costruire la chiesa sono protagonisti dell’azione pastorale. Non si tratta di agire per delega» (Diocesi di Vicenza 1999, § 13.2).

[11] Alberigo 1992, p. 40.

 

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